scendere

quando mi danno del pazzo. quando mi danno dell’idealista, dell’illuso, dell’attivista, del salvatore, dell’incoerente… mi rendo conto che io sono sempre lo stesso, le cose che dico si basano sui soliti concetti. è la sensibilità altrui che poi mi dipinge in tutti quei diversi modi.
posso capirlo.
quando si affronta un discorso del tutto nuovo è la nostra sensibilità che fa da filtro, ed ognuno reagisce, davanti a questa novità, imprevedibilmente, istintivamente, come un bambino nudo che gattona verso il suo primo giocattolo.
l’opposto si può vedere quando vengono trattati argomenti popolari: le differenze di opinione si assottigliano sensibilmente.
eppure non dovrebbe esserci alcuna differenza: dovrebbe essere comunque la nostra sensibilità a farci da tramite per la comprensione, l’assimilazione e la critica di ogni cosa, sia questa nuova o no.
probabilmente questo non è altro che una prova di quanto le nostre opinioni non siano autodeterminate.
quando non è il dogma a regalarci delle catene che ci legano da una parte all’istituzione stessa a cui il dogma appartiene, dall’altra alle persone che credono in esso rassicurandoci in una sorta di falso calore familiare, la mancanza di autodeterminazione dell’opinione è frutto di menzogne ripetute e verità tenute nascoste, associate all’instillazione del timore del libero pensiero che, nella società, è ormai considerato una pericolosa inclinazione che porta all’emarginazione.
emblematico è come venga considerato il sistema economico moderno. questo sistema è una trama di regole su cui la società si è basata e da cui la società è stata modellata. ottenere un posto di lavoro, avviare un’attività, ottenere denaro per poter acquistare ciò di cui abbiamo bisogno… queste azioni stanno alla base della società nel cosiddetto mondo civilizzato… ma non sono ‘la vita’! questo è solo un sistema. non è l’unico e sicuramente non è il migliore.
è come se qualcuno stesse giocando a monopoli, una partita lunghissima, a cui gioca ogni giorno, per ore… e ci sono un sacco di persone attorno a lui, in tv, alla radio che non fanno altro che sottolineare l’importanza di questo gioco. si arriva a un punto in cui, quando questo smette di giocare e torna alla sua vita, alla sua famiglia, ai suoi interessi, alle sue passioni, non riesce a pensare ad altro che a come mettere un altro albergo su parco della vittoria.
è questo che sta succedendo alla nostra società. siamo stati gettati su un treno che viaggia 500 km/h, e le uniche cose che riusciamo a fare sono trovarci un posto, stare seduti, il più comodi possibile.
quando qualcuno guarda fuori dal finestrino, le immagini sono confuse… è difficile capire da dove siamo partiti, dove stiamo andando. è molto più semplice crearsi un gioco lì dentro: competere per trovare un posto a sedere, o magari migliore di quello sul quale si è seduti, mentre il motore del treno grida la sua potenza cibandosi di miliardi di vite che hanno avuto la sfortuna di nascere in bolivia, in somalia, in etiopia…
e quando vedrete qualcuno cercare di fermare quel treno in qualche modo, fosse anche semplicemente mettendocisi davanti, pensateci due volte prima di dargli del pazzo, dell’idealista, dell’illuso, dell’attivista, del salvatore, dell’incoerente… pensate prima a quanto sia ipocrita l’alibi che vi state costruendo additando semplicemente i suoi difetti o catalogandolo, mentre ve ne state comodamente seduti, sfrecciando su binari insanguinati da milioni di vite innocenti.
io non penserei ad altro che a scendere.
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