ciclica dispersione

i sogni sono come i ricordi
esistono solo quando ne sei fuori
nel prima e nel dopo
quando ne vedi l’inizio o la fine
dentro sono semplice realtà
fatta di densa quotidianità

sogno o ricordo di
allontanarmi, spegnermi
come una sigaretta
non schiacciata, non finita
strozzata da una molletta
“non dovevi reggere i miei calzini?”

disperso e incredulo rimango
davanti agli stessi bivi
che affronto con la sicurezza
di chi non ha nulla da perdere
e un istinto più grande del proprio ego.

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Olografia caotica

Un oblio indiscusso e fitto. Intricato, caotico. Fatto di oggetti perfettamente nitidi, cristallini.
È una giungla di opinioni, visioni personali. Al microscopio si vedono scuse, pareri, fantasie, paranoie.
Una pioggia di laser che cade su un pattern di interferenza e crea la giungla olografica di una realtà replicata in infiniti modi che divergono tra loro solo per un piccolo particolare oppure paiono diametralmente opposti.
Così si compone l’esercito degli universi paralleli olografici dal quale vengo colpito mio malgrado. Esiste una cura: scegliere uno dei laser e seguirlo fino in fondo, arrivando a ridere o sbraitare per tutte le altre versioni della realtà, così palesemente errate.
Ma spesso mi è impossibile. È una fatica troppo grande ignorare tutte quelle luci. È impossibile non fare i conti con l’eclatante fatto che tutto funziona semplicemente perché ogni laser ignora l’esistenza di tutti gli altri.
Io ho visto. Non posso ignorare.

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…e un brutto gioco dura molto?

e così provo a continuare a camminare.
nessuno lo neghi; son qua.
no, non voglio già avere un alibi. il classico “io c’ho provato”. era solo per dire…
del resto si fa presto a sentirsi in trappola tra le cose che non si sanno fare e quelle che si sanno fare male. due bei toni di bianco e nero, secchi come un chiodo, che non ti dànno un attimo di respiro.  ti imbavagliano duramente tra due plotoni armati a volte di fucili, a volte di gavettoni di merda… e ti ritrovi a fissare il tizio con la divisa e il braccio alzato, pronto a dire “fuoco!”.
sì, tutto ha un prezzo. ma cazzo se è sbagliato non agire a priori per paura di non pagarlo. è questo che manda a fare in culo i principi. è questo che fa assomigliare i principi a nuvolose teorie.
ma non è facile. è tanto dura quanto è palesemente chiaro quanta forza darebbe l’essere trasparente. l’essere trasparente è la totale mancanza di paura, soprattutto paura di pagare quel prezzo.
è normale che sia tanto dura… ti ci fanno crescere con l’ignobile paura di perdere… cosa non si sa, perché poi per la paura non si tenta nemmeno. e ci credi così tanto a questa paura che ne fai delle fondamenta per tutto il resto… azioni, pensieri, carattere.
eppure basta fare un passo di lato, guardarsi un po’ attorno, e vedersi lì seduti al tavolo, con le chiappe strizzate, la goccia di sudore che rotola sulla tempia, la bocca secca, il cuore che pulsa nel naso…e perché? perché si ha paura di tirare un dado… “cazzo potrei finire su parco della vittoria”.
si ha paura di un gioco. e si gioca solo ad aver paura…

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confessionale

che scalino difficile. così noto eppure così sorprendente. la vista più dura è sempre stata quella davanti allo specchio.
allora è così che stanno le cose: questo è un tentativo, di rinchiudermi, non so quanto forzatamente, nello studio psichiatrico autogestito che si svolge su queste pagine. riprendere appuntamento fisso, qui davanti a me, solo a me per quanto mi riguarda.
ch’io possa trovare di nuovo la strada, nel ripetere una specie di mantra, ogni volta differente, per riscoprire il percorso verso cose che non so di star cercando, ma che interrompendo la ricerca non hanno smesso di esistere. è solo che io ho smesso di camminare, di muovermi. e si sa: più si va veloci, più è facile restare in equilibrio. da fermi si cade. come in bicicletta.
così forse non sarò costretto a conoscermi e dimostrarmi chi sono nella vita. relegherò questi atti alle pagine scritte e forse le mani smetteranno di tremare.
ah, se potessi anche trovare un antidoto all’illusoria mancanza di tempo, spazio ed energie…  questa mancanza cronica fa sembrare tutto uno spreco, fa sembrare di dover razionare e centellinare qualsiasi azione, ogni secondo… con il risultato opposto di sprecare invece tutto! come un assetato nel deserto, allo stremo delle forze che nemmeno si alza da terra per bere qualche sorso d’acqua. no, aspetta e conserva le poche forze rimaste per un ideale quantità d’acqua che potrebbe salvarlo. e muore nell’attesa…
ah mi mancavano i puntini di sospensione…
già mi sento meglio!

che scalino difficile. così noto eppure così sorprendente. la vista più dura è sempre stata quella davanti allo specchio.

allora è così che stanno le cose: questo è un tentativo, di rinchiudermi, non so quanto forzatamente, nello studio psichiatrico autogestito che si svolge su queste pagine. riprendere appuntamento fisso, qui davanti a me, solo a me per quanto mi riguarda.

ch’io possa trovare di nuovo la strada, nel ripetere una specie di mantra, ogni volta differente, per riscoprire il percorso verso cose che non so di star cercando, ma che interrompendo la ricerca non hanno smesso di esistere. è solo che io ho smesso di camminare, di muovermi. e si sa: più si va veloci, più è facile restare in equilibrio. da fermi si cade. come in bicicletta.

così forse non sarò costretto a conoscermi e dimostrarmi chi sono nella vita. relegherò questi atti alle pagine scritte e forse le mani smetteranno di tremare.

ah, se potessi anche trovare un antidoto all’illusoria mancanza di tempo, spazio ed energie… questa mancanza cronica fa sembrare tutto uno spreco, fa sembrare di dover razionare e centellinare qualsiasi azione, ogni secondo… con il risultato opposto di sprecare invece tutto! come un assetato nel deserto, allo stremo delle forze che nemmeno si alza da terra per bere qualche sorso d’acqua. no, aspetta e conserva le poche forze rimaste per un ideale quantità d’acqua che potrebbe salvarlo. e muore nell’attesa…

ah mi mancavano i puntini di sospensione…

già mi sento meglio!

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promesse & urla

cerco di pensare
qualcosa di universale
nel posteggio dei taxi
appena fuori la stazione
partono e arrivano
promesse e urla
urla che sono solo
vapore dalla bocca
e promesse di rito
di saluti eterni come lapidi
per chi dondola le antenne
sopra i portabagagli
non sprecare un fiato
ti servirà per il ritorno.

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…come nessun’altra

la mia sconfitta sei tu
il mio amore per te
non ho altri amori
solo palliativi
per non vedere
la mia stessa inettitudine
la soffoco nella follia
delirante e devastante
del gesto immediato
ispirato ed eclettico
puro e nudo
di ogni spiegabile follia.
 
perché muoversi,
consumarsi gli occhi
le membra, le rughe
e la pazienza
quando posso vomitare
nero su bianco
e finalmente venire
mettendo il punto
alla fine della frase?

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abdico a te

verrò da solo al mio funerale
senza curarmi dell’abito, dei colori
come non si cura delle note
uno stonato:  non può

non sarà tanto dura assistere alle esequie
alle trombe che intonano
le note dell’unica canzone che esiste
la solitudine
gloriosa e fallace

l’assenza di colori
di un cieco dalla nascita
una mancanza per sentito dire
una forza altrettanto aleatoria
che sbandiero e nascondo
a seconda dei casi

vuota ed encomiabile ogni nota
non la senti come volteggia
fiera e nuda sopra ogni cosa?
non si cura di nulla
perché nulla esiste al di fuori

guarda che rosso sangue
sotto le unghie, nel fazzoletto
ma tanto nessuno lo noterà se
verrò da solo al mio funerale.

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